Mi sono già trovato a dire quanto sia importante che persone e organizzazioni riescano a muovere lo sguardo oltre i modelli economici che hanno improntato il reale fino ad oggi.
Lo spirito del tempo, quel vento che soffia sulle nostre teste, che scompiglia i nostri pensieri comuni e invita a seguirlo nel suo tragitto oltre il presente, ci sta già chiamando a gran forza con parole chiare, la prima delle quali è #Inclusione (preferisco Riconoscimento per le ragioni che ho chiarito nel libro Eros e Lavoro, ma qui serve per capirci).
Si sta facendo molto lo so, così come so che siamo nell’ordine oscillatorio fra sperimentazioni cariche di senso e pragmatismo ideale ed altre dense di dichiarazioni e “manifesti” a cui seguono convegni, seminari, workshop e poco altro. Ma è quello che succede nelle grandi transizioni.
Meno a tema è la questione della disabilità (anche qui non cerco altri termini forse più opportuni allo scopo di capirci), focus che su di me ha una presa forte e produce una chiamata che non posso disattendere.
Siamo tutti d’accordo sul fatto che sia un’ambito importante, ma forse ci sfugge ancora la portata possibile di questa inclusione se la osserviamo meglio.
Fino ad oggi mezzi materiali, ma anche la poca prontezza culturale, non consentivano di immaginare un progetto su larga scala (di cittadinanza, come amo chiamarlo), ma ora si.
Forme di lavoro a geometria di spazio e tempo variabili, tecnologie di connessione, supporti e dispositivi di compensazione corporei, ma anche informazione e consapevolezza ampia su queste forme di esistenza che vivono nel mondo con noi, ci mettono di fronte all’impossibilità di tergiversare ulteriormente a meno di non finire, anche se in buna fede, per praticare, per converso, esclusione da lassismo e poca prontezza.
Le forme di esistenza dicevamo. Ve ne sono di nuance e colori talmente ampi da rendere il mondi quell’orizzonte di possibilità di cui parlava Edmund Husserl più di cento anni fa: basta superare il paradigma del normale vs anormale, della deviazione della standard, per scoprire declinazioni immense nella vita.
Vita che per il solo fatto di essere qui, spesso di fianco a noi, ha legittimità ad essere riconosciuta ed accolta.
E non si tratta di negare le fragilità che queste forme di esistenza esprimono, e della loro intensità anche sconvolgente alle volte. Piuttosto direndersi conto che quelle fragilità sono anch’esse nel mondo come forma dell’ esistere – insieme a tutte le altre più o meno intense – e chiedono una sola cosa: vivere al meglio possibile.
Con riferimento al Lavoro, cosa vuol dire “vivere al meglio possibile”? Be, essere, anche qui, riconosciute ed accolte.
Incluse, perché già nel mondo, ma riconosciute nelle loro specificità e particolarità.
Vuol dire, ed oggi come dicevo sopra è possibile, non trovare un “angolo” in cui ospitarli nelle organizzazioni, ma fare spazio al loro contributo fattivo.
Certo ci vuole un po’ di metodo, come sempre si fa quando affrontiamo un tema per noi importante, che porti rapporto di coerenza e sostenibilità non solo il ruolo organizzativo con le caratteristica (disabilità) della persona, ma anche le sue attitudini specifiche, la sua umanità unica, con quella dei colleghi con i quali lavorerà: dalle categorie sanitarie e organizzative al nome proprio.(Con logosLab abbiamo costruito un protocollo specifico per questo percorso, ma non mi dilungo qui, non è un post di marketing questo).
Ma perché dovremmo occuparci di questo ambito del riconoscimento/inclusione con la forza che propongo in questa riflessione?
- La prima ragione è che è giusto. Mi rendo conto essere una categoria desueta questa, appartenente ad un epoca che la peggiore espressione del relativismo odierno mortifica e distrugge per poi non lasciare sul tavolo niente di utile. Ma si, è giusto perché è il mondo che vogliamo creare: equo, accogliente, pacifico, variegato. È giusto perché è il modello di cittadinanzache vogliamo per il mondo di oggi e domani.
- Poi perché includere fattivamente ogni forma di esistenza nel processo generativo del lavoro la salva dalla dimensione delle solitudine dello spirito che si prova quando ci si sente inutili, impossibilitati a dare proprio contributo. È un’operazione di rimessa in gioco della dignità di ogni vita che diventando attiva si fa dono.
- Inoltre perché un disabile che lavora genera ricchezza per la propria famiglia invertendo, come sempre fanno i figli con i genitori, il rapporto fra colui che è curato e colui che si prende cura, dando all’individuo l’opportunità di restituire quello che ha ricevuto.
- Infine perché se contassimo il numero di persone classificate come disabili oggi e che a vario titolo sono oggetti di interventi assistenzialistici e li portassimo nel ciclo attivo della produttività, recupereremmo punti di PIL importanti. Queste esistenza al lavoro pagherebbero le pensioni dei nostri anziani anziché riceverne loro stessi, alimenterebbero economicamente welfare, sanità, scuola. Produrrebbero un impatto che renderebbe più ricca la società di disponibilità economica finanziaria, certo, ma anche di idee, capacità realizzativa, di mondo.
Io credo che davvero dovremmo rivolgerci a questo focus inclusivo con forza e tutti assieme, considerando certamente che le organizzazioni, ognuno con la propria capacità, ma insieme come un vero sistema , sono il vero avamposto di questa innovazione sociale, nuova cittadinanza.